"new dada: tendenza della pittura americana affematasi alla fine degli anni Cinquanta a opera di un gruppo di artisti fra cui R. Rauschemberg, J. Johns, J. Dine, protagonisti di una nuova stagione della poetica dell'oggetto, assunto nella sua condizione di materia povera quale recupero e montaggio di prodotto usurati ed abbandonati dalla società che li ha sfruttati. I presupposti poetici di questo riscatto dell'oggetto costituiscono la principale differenza tra il n.d. e il dadaismo, del quale tuttavia può dirsi una continuazione scaturita dagli sviluppi stessi dell'avanguardia storica. Espressione di una precisa condizione culturale americana, il n.d. con il ricorso all'uso di oggetti e materiali estranei alla pittura si inserì con peso determinante nel processo di esaurimento dell'arte informale e di quella astratta della seconda generazione, ponendosi, con le esperienze più mature, all'origine della poetica della pop-art".
Questa la definizione che dà del movimento newdada il "Dizionario dell'arte De Agostini", ispiratore casuale ed istantaneo di una denominazione societaria singolare, culturalmente ambiziosa e non prettamente settoriale: una scelta prima ritenuta anche da noi stessi pomposa, ma poi accolta - da tutti gl interlocutori - con divertita curiosità.
Relativamente al logo newdada (il profilo stilizzato di un volto, inscritto in un cerchio), possiamo affermare con orgoglio che si tratta di una libera interpretazione dello storico marchio della Staatliches Bauhaus di Weimar (1919) e non, come taluni ci hanno fatto notare, il deliberato plagio di simboli similari (tra i quali l'insegna di un noto locale notturno riminese)...

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